febbraio 9, 2014 § Lascia un commento

Il 10 febbraio giornata delle memorie per le vittime delle foibe. Un’altra delle tante pagine oscure e dimenticate della nostra storia, forse una delle più controverse perché più di altre è stata utilizzata a fini di propaganda politica, oppure aveva bisogno di essere occultata per poter dimenticar altre storie. Io stesso non ne ho una visione completa, d’insieme, ma soltanto una larga serie di frammenti. Ancora una volta mi chiedo come si possono fare buone operazioni di memoria. Forse partendo dall’oggi, vedendo che cosa esiste oggi ma forse è già altrettanto arduo. forse ci vuole la pazienza che meritano le questioni complesse, dove pazienza non significa rinviare ma iniziare a cercare e poi accumulare e ricomporre. Le iniziative di questi giorni, pur nella loro varietà o talvolta “retorica istituzionale”, potrebbero già offrire numerosi spunti. Uno dei modi della memoria, che aiuta a entrare più in profondità, creo che sia quello di visitare i luoghi della memoria. Cito ad esempio questa proposta, che ho letto in questi giorni tramite la pagina FB dell’Osservatorio dei Balcani, http://aestovest.osservatoriobalcani.org/luoghi/luoghi2.html, da l quale ad esempio leggo:

Oscurando la tragedia vissuta da migliaia di persone, i dibattiti pubblici con frequenza si concentrano sul numero delle vittime e sulla loro appartenenza politica. Per contrastare questa spersonalizzazione, luoghi della memoria come il museo dell’esodo istriano, fiumano e dalmata a Padriciano, in provincia di Trieste, cercano di dare un volto alle vittime e di riportare l’attenzione sull’esperienza vissuta dai profughi anche attraverso la ricostruzione degli spazi dove si svolgeva la vita del centro di raccolta.

Poi, oltre al presente, occorre anche riportare un po’ di ordine nella storia; in questo senso ad esempio ho letto qualche giorno fa un interessante articolo di Giacomo Scotti, giornalista e storico istriano, sul quotidiano il Manifesto, con un’analisi che parte da un discorso discorso di Mussolini del 1920. Più o meno dalle origini, direi. Solo sei anni prima, allo scoppio della prima guerra mondiale, che qui avvenne nel 1914′ giusto cento anni fa, queste terre erano sotto il governo imperiale austro-ungarico, senza confini interni tra italiani , sloveni e altri, con l’unico confine nei confronti del regno italico. Terre di frontiere e di mescolanze, sottoposte sempre nella storia, come tutte le terre di frontiera di mescolanze, a opposti interessi nascosti dietro rigurgiti nazionalistici e pulizie etniche.

Tra le letture più lontane mi vengono in mente diverse pagine dello storico Angelo Del Boca, quello di “Italiani brava gente”, quando ricorda alcuni aspetti della seconda guerra mondiale da queste parti.
Ricorda sempre Giacomo Scotti nell’articolo sopra citato: “I fasci­sti ita­liani, pas­sati al ser­vi­zio del tede­schi dopo il set­tem­bre 1943, con­ti­nua­rono a bat­tersi “per l’italianità” dei ter­ri­tori ceduti al Terzo Reich. Fra tanti sia ricor­dato l’episodio di Lipa (30 aprile 1944) dove 269 vec­chi, donne e bam­bini sor­presi quel giorno in paese, furono ster­mi­nati: parte fuci­lati, parte rin­chiusi in un edi­fi­cio e dati alle fiamme. Di tali eccidi ce ne furono a cen­ti­naia in Istria, nel ter­ri­to­rio quar­ne­rino, in Slo­ve­nia, in Dal­ma­zia, in Mon­te­ne­gro, ovun­que arri­va­rono i mili­tari fasci­sti e le altre for­ma­zioni inviate da Mussolini.”

Dopo la guerra ci fu anche la questione dell’esodo forzato, circa 300 mila persone, certe volte lunghi treni fermi fuori dalle stazioni per non far vedere troppo questo effetto collaterale della pace, o trasferiti in ex campi di prigionia o raccolta del tempo della guerra, ce ne fu anche uno nella nostra regione, mi pare, a Servigliano. Prima di Natale, quando con Giacomo siamo stati invitati a Gabicce per parlare del nostro libro Jugoschegge, abbiamo trovato due membri della sezione di pesaro della associazioni istriani, uno dei due, il più anziano, testimone diretto di quell’esodo e l’altro testimone attraverso i ricordi del padre, come memorie che si tramandano. O di “lingue” che permangono: nel parlare del più anziano era presente ancora una cadenza di quella variante di veneto che parlavano al suo paese quando era ragazzo. Tutti e due avevano la “loro” storia di guerra mentre noi invece quella sera avevamo come oggetto la guerra del 92-95 (primo atto) e del 99 (secondo atto). Però, come ho già accennato sopra a proposito dei destini di tutte le terre di confine, posso concludere questa breve riflessione, con un’altra citazione di Giacomo Scotti, che travalica i confini sia del “tempo” che dello “spazio” storici: “Il mio sogno, che non è sol­tanto il mio, è l’istituzione di una Gior­nata dei Ricordi, al plu­rale, nella quale poter unire nei loro dolori ita­liani e slavi, indi­cando nel fasci­smo e nel nazio­na­li­smo di ambe­due le parti i veri col­pe­voli delle guerre, delle distru­zioni, degli eccidi, delle ven­dette, e degli esodi del pas­sato, addi­tando in essi i peri­coli che incom­bono sul comune futuro di ami­ci­zia e cooperazione.”

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